16 giu 2017

futuro e istruzione, chi l’ha detto che ai rom non piace la scuola? (di stefano pasta)

Riccardo ha 14 anni e tra pochi giorni inizierà l’esame di terza media, come è normale per i suoi coetanei. Lui è giustamente emozionato. Il traguardo vale almeno il doppio: in questi otto anni di scuola a Milano, quando le lezioni finivano, Riccardo andava a vedere se la sua baracca era stata abbattuta. Un anno, addirittura, accadde 19 volte in 11 mesi. È un rom romeno, uno zingaro si dice dispregiativamente.
Eppure la scuola è stato un luogo di riscatto: i compagni e insegnanti hanno cambiato gli occhi con cui guardare “i rom”. Non sempre è stato tutto facile: «Tra le colleghe – ricorda una maestra di Riccardo – la prima battuta fu “attenzione ai portafogli”. Poi i bambini vennero invitati alle feste di compleanno: i muri iniziavano a cadere». Decisivo è stato l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio. «Sono la parte italiana della nostra famiglia», dice la mamma. Con lui, l’anno prossimo, saranno ventidue i ragazzi e le ragazze rom a frequentare le superiori milanesi (e 150 dai nidi alle medie).
D’estate molti saranno animatori negli oratori estivi e volontari nelle attività della Comunità con i bambini, gli anziani e i profughi: Rom volontari, al di là di ogni pregiudizio. A Milano, Roma e Napoli, il programma “Diritto alla Scuola, Diritto a Futuro” di Sant’Egidio sostiene con borse di studio la scolarizzazione dei minori rom. In Italia sono un “popolo di bambini”: il 45-50% ha meno di 16 anni, la vita media di un milanese è di oltre 80 anni, per un rom è meno di 50. Occorrerebbe investire sulla scuola, perchè l’istruzione per i bambini rom, come per tutti i minori, è un diritto non negoziabile.

di Stefano Pasta
Corriere della sera, Corriere Sociale, 14 giugno 2017

Fonti:
www.ilpaesedellaera.it
www.santegidio.org

15 giu 2017

manchester e la "maschera di rabbia" (di ermanno battaglini)

All'indomani dell'attentato a Manchester, entrato in classe (seconda media), alcune alunne mi chiedono di poter parlare di questo attacco suicida ad un concerto per teenager. Recepisco, ma svolgo la normale lezione.
Il giorno dopo dico agli alunni di osservare un'immagine alla Lim e, passato qualche minuto di silenzio, di alzare la mano per un commento. Alla Lim è comparsa la vignetta di Biani: sfondo rosso scuro, in basso la silhouette nera di un uomo, col volto coperto, che punta un fucile contro un palloncino rosa in alto - perché tu voli e io no?
Cominciano i commenti: "La persona nera simbolo di odio, il palloncino rosa simbolo di amore ... il rosa sembra la gente che scappa da ogni cosa brutta e cerca di liberarsi, di sentirsi leggera, ma c'è sempre qualcuno che ti tira giù ... il disegno si riferisce all'attentato di Manchester, molti credevano che erano stati i palloncini a scoppiare ...".
Alza la mano Sharon, un'alunna dislessica che non interviene mai: "La persona con il fucile vestito di nero per me rappresenta una maschera di rabbia ed anche lui secondo me aveva un po' di paura perché la sua parte cattiva ha vinto nella sua parte buona".
Dico agli alunni di chiudere gli occhi. Quando li riaprono parte il video di prisencolinensinainciusol: il professor Celentano spiega, ad un'alunna, che non è vero che lui ha scritto una canzone con parole che non dicono niente ma che ha sviluppato il tema dell'incomunicabilità, mettendo al centro la parola prisencolinensinainciusol che significa amore universale.
Siamo tutti in piedi e ci dimeniamo cercando di imitare il molleggiato. Qualche giorno dopo ho fatto vedere alla Lim un elenco di libri, poi li ho mostrati estraendoli dalla borsa. Più di uno si è fatto avanti e ha scelto il proprio libro per l'estate. Sharon ha voluto "Il pianeta di Standish", di Sally Gardner. Sharon mi ha rincorso per il corridoio. "Professore ti devo parlare". "Dimmi". "Il protagonista del libro che ho scelto è dislessico".
 

Ermanno Battaglini, Oria (Br)
Lettera pubblicato dal quotidiano "il manifesto" il 15/05/2017

07 giu 2017

non avrai altro braccialetto all’infuori di me

Da quest'anno, al tradizionale abbigliamento delle ragazzine e dei ragazzini che frequentano le iniziative estive degli oratori, si aggiunge un nuovo accessorio: il braccialetto elettronico. Alcuni oratori hanno introdotto questa novità mutualdola dal mondo delle carceri. E' l'ossessione della sicurezza, ma non solo. Il dispositivo, oltre a consentire la registrazione della presenza dei bambini, permette ad esempio di caricare e utilizzare i buoni pasto per il pranzo o di pagare le caramelle al baretto. 
Dal sito di una società specializzata nella realizzazione di software personalizzati per le aziende che riporta nel logo commerciale alla sigla con cui vengono identificati i gruppi estivi, ovvero i campi estivi o campi scuola organizzati dagli oratori, sono ben illustrati i possibili utilizzi del braccialetto: 

<< Tramite questo supporto è possibile, per ogni iscritto: visualizzare o modificare la scheda anagrafica, controllare la presenza sui pullman, gestire ingressi/uscite, i pasti.
Il “portafoglio virtuale ricaricabile” può essere usato per scalare automaticamente il costo della mensa e delle gite. Grazie all’apposita interfaccia ottimizzata per il Bar, può anche essere utilizzato per i piccoli acquisti dei bambini senza dover utilizzare denaro contante. E i genitori possono controllare le spese dal proprio smartphone in tempo reale!
Nel caso si sia smarrito in gita, invece, il bambino può farsi aiutare a ritrovare il proprio gruppo grazie alla funzione "Ti sei perso?” >>

Il braccialetto può essere composto da un mix di nylon e fibre di cotone, ma ne esistono versioni in tessuto non tessuto. L'aggeggio  può essere personalizzato con loghi e colori. Come sistema di riconoscimento viene utilizzato un supporto di plastica con stampato un codice a barre.
Insomma, come si legge nello stesso sito, "la sicurezza prima di tutto". 
Che dire? Un grande business, ancora più grande quando la paura viene alimentata ad arte.
Ma, garantisce un don milanese, "il nostro oratorio non si trasformerà nel Grande Fratello di orwelliana memoria. Continuerà ad essere quel luogo sereno che è sempre stato".

Rassegna stampa:
- Corriere della Sera (4/6/2017) Milano cronaca
- Corriere della Sera (4/6/2017) Opinioni
- Il Giorno (7/6/2017)



27 mag 2017

inside out project, tutto il mondo in una scuola, a milano in via scialoia

"Tutto il mondo in una scuola" è il progetto di arte pubblica del Collettivo Collirio, action group milanese dell’Inside Out project dell'artista JR, uno dei graffitisti più noti del panorama internazionale. L'iniziativa è stata presentata sabato 27 maggio 2017 presso l'Istituto Comprensivo di via Scialoia, a Milano, durante la festa di fine anno.
Sulle pareti esterne della palestra della scuola media campeggiano ben 269 enormi fotografie degli studenti dell'Istituto Comprensivo, oltre che di alcuni insegnanti e della Preside.
La scuola di via Scialoia ha circa il 70% di ragazzi di origine straniera [clicca qui]. Gli artisti del Collettivo e i docenti hanno voluto, attraverso lo strumento del ritratto, raccontare la realtà multicolore della scuola. Le immagini della scuola sono quelle di una generazione composta da ragazzi e bambini di tante nazionalità, che vivono, studiano e giocano insieme, imparando a condividere le loro origini. L'intenzione di questa installazione artistica è quella di mostrare agli abitanti del quartiere e alla città di Milano la loro bellezza senza confini.
Il progetto è stato realizzato con il sostegno economico dello stesso artista francese che, contattato, ha finanziato i costi per la stampa delle fotografie. Inoltre il patronicio del Municipio 9 del Comune di Milano ha consentito alla scuola di coprire le spese per l'esposizione delle foto sulle facciate dell'edificio scolastico. 
Facciamo nostre le parole del Presidente del Municipio 9, presente all'inaugurazione con l'Assessora all'Educazione e Istruzione, che nel suo intervento ha ben spiegato il significato di quest'opera: "non muri, non barriere". Non possiamo che essere d'accordo e augurarci che queste parole si traducano quotidianamente nella municipalità in atti e fatti concreti.

Le nostre foto dell'installazione artistica: [clicca qui]
Il comunicato stampa dell'IC Scialoia Milano: [clicca qui]
Sarà possibile visitare l'opera fino al 31 luglio 2017, negli orari indicati sulla locandina [clicca qui].
 JR è un artista francese, o come si definisce un "photograffeur", un misto tra fotografo e artista dei graffiti. Tutti lo chiamano il “Banksy parigino”, il famoso street artist del Regno Unito.
Conosciuto per i suoi giganteschi ritratti di gente comune, fotografie pensate per scuotere le coscienze e incollate nelle città di mezzo mondo, agli esordi in modo illegale, poi con il consenso delle autorità, JR raggiunge la celebrità nel 2011 quando lancia il progetto “Inside Out”: l’artista invita le persone a fotografare se stessi, le città e i paesi in cui vivono, e a caricare un’immagine sul sito del progetto.
Nel 2012 JR ha accettato di attivare INSIDE OUT in Italia a sostegno della campagna per i diritti dei cittadini di origine straniera "L'Italia sono anch'io" [clicca qui], in collaborazione con i comuni e le comunità che la promuovevano. Ben 1
500 cittadini hanno accettato di farsi fotografare e comparire sui poster affissi nello spazio pubblico in otto città italiane per testimoniare la propria partecipazione alla campagna sui diritti.

20 mag 2017

a ricordo della signora luciana cella guffanti

Lo scorso anno, poco giorni dopo la festa dei 40 anni del Parco delle Favole che si era tenta il 28 maggio 2016, ci ha lasciato Luciana Cella Guffanti. 
Quello che ha rappresentato la signora Luciana per la tutela del Parco delle Favole, caposaldo nella lotta contro la Gronda, è sotto gli occhi di tutti. Il Parco ha resistito ai progetti folli delle varie Amministrazioni comunali di Milano che volevano farlo attraversare dalla Strada Interquartiere ed è più rigoglioso che mai.
Grazie a Luciana ed ad altri componenti del Coordinamento dei Comitati contro la Gronda Nord, il progetto è stato definitivamente stralciato dal PGT. 

Dopo la sua scomparsa, da più persone è stata auspicata l'intitolazione del Parco delle Favole a Luciana. Ma non sarà possibile iniziare l’iter burocratico prima dei dieci anni dalla scomparsa.
Del resto, pensandoci, forse a Luciana sarebbe dispiaciuto che il Parco non si chiamasse più come lo aveva battezzato, su suggerimento degli studenti dell'Istituto Comprensivo di Via Fabriano.
Si sta pertanto tentando la strada di far almeno apporre sulle due targhe in marmo presenti,  la scritta “A ricordo di Luciana Cella Guffanti”
sotto la dicitura “Parco delle Favole”.
La bellissima notizia è che finalmente nei mesi scorsi è stata piantata una bellissima quercia rossa, dedicata proprio alla signora Luciana.
Sabato 20 maggio 2017 è stata organizzata, insieme alla Preside della Scuola di Via Scialoia, una cerimonia, a ricordo della signora. Ricordiamo che in occasione del 40° compleanno del Parco delle favole, la signora Guffanti aveva affidato la cura del Parco alle studentesse e agli studenti dell'istituto Comprensivo di via Scialoia. 

Durante l'incontro è stata apposta una targhetta commemorativa sulla quercia dedicata alla signora Luciana. 


  • Le foto della commemorazione di sabato 20 maggio 2017: [clicca qui]
  • La Preside dell'IC di via Scialoia legge una lettera della signora Guffanti [clicca qui
  • Il nostro post del 24/5/2016 in occasione del 40° compleanno del Parco delle Favole [clicca qui]
  • Le foto del 40° compleanno del Parco delle Favole - 28 maggio 2016: [clicca qui]

19 apr 2017

l'istituto comprensivo di via scialoia, la scuola di milano con il 70 per cento di alunni stranieri

Riportiamo  del quotidiano on-line La Repubblica ila terza puntata di una serie dedicata alle scuole italiane. Il video è stato realizzato presso l'Istituto comprensivo di via Scialoia, a Milano, nel Municipio 9.



Storie di insegnanti che lottano tutti i giorni per fare il loro lavoro. In zone periferiche e abbandonate. Con studenti "difficili". Che devono scontrarsi con alunni e genitori. Che vengono aggrediti e sono vittime di bullismo. Ma che vanno avanti comunque, con passione, nonostante tutto. E che, qualche ragazzo, a volte, riescono a salvarlo. 

A Milano c’è una scuola in cui 7 ragazzini su 10 sono immigrati. È l’istituto comprensivo Scialoia: materna, elementari e medie. È frequentato da stranieri di prima e seconda generazione. Sono soprattutto cinesi, arabi, sudamericani. Fare lezione diventa diffcile quando bisogna affrontare i primi mesi con i cosiddetti NAI (neo arrivati in Italia). Che spesso si ricongiungono nel nostro paese ai loro familiari, che però non vedono da anni. Non parlano una sola parola di italiano e si sentono completamente disorientati. Ma anche di fronte a questo disagio gli insegnanti non si perdono d’animo. “Entriamo la mattina alla otto e la sera siamo noi a chiudere i cancelli della scuola”, raccontano. E i risultati ci sono. Tanto che molti alunni riescono a superare la scuola dell’obbligo.

di Valeria Teodonio
regia Sonny Anzellotti
montaggio Maria Grazia Morrone
video Maurizio Tafuro



http://video.repubblica.it/dossier/prof-in-trincea-viaggio-nelle-scuole-di-frontiera/italiani-in-minoranza-milano-la-scuola-con-il-70-per-cento-di-alunni-stranieri-terza-puntata/273497/274032

https://youtu.be/_XDbT1G1V2Y

06 apr 2017

730/2017: le detrazioni fiscali in ambito scolastico

Nel 730/2017 la detrazione pari al 19% delle spese per la frequenza scolastica si estende ai costi sostenuti per la mensa e copre anche i servizi integrativi come il pre e il post scuola e l’assistenza al pasto. Il bonus scatta anche se il servizio è reso tramite il Comune o altri soggetti terzi rispetto alla scuola e se non è stato deliberato dagli organi di istituto. Si tratta, infatti, di un servizio previsto dall’ordinamento scolastico per tutti gli alunni delle scuole dell’infanzia e delle scuole primarie e secondarie di primo grado. 
Sono ammesse anche le detrazioni sulle spese per gite scolastiche, per l’assicurazione della scuola e ogni altro contributo scolastico finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa, come per esempio corsi di lingua, teatro, etc, deliberato dagli organi d’istituto. 
Rientrano invece tra le spese di istruzione universitaria agevolabili, e beneficiano quindi della relativa detrazione, quelle sostenute per la frequenza degli Istituti tecnici superiori (poiché assimilabili alle spese per la frequenza di corsi universitari). Per lo stesso motivo, gli studenti degli Its hanno diritto a usufruire anche della detrazione per canoni di locazione.
Al massimo è possibile detrarre 564 euro per l’anno 2016 per alunno o studente, da ripartire tra gli aventi diritto.
La detrazione non è cumulabile con quella prevista dall’art. 15, comma 1, lett. i-octies del TUIR per le erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici.

Agenzia delle Entrate - Circolare 7/E del 4/4/2017 - Estratto della "Guida alle dichiarazione dei redditi delle persone fisiche relativa all'anno d'imposta 2016" [clicca qui]:
- sommario (pagg. 1-5)
- spese di istruzione non universitarie (pagg. 84/86 - pdf pagg. 6-8)
- spese di istruzione universitarie (pagg. 87/96 - pdf pagg. 7-18)
- erogazioni alla scuola / School Bonus (pag. 315 - pdf pag. 19)

22 mar 2017

da milano a mauthausen, 9 municipi per la memoria

Anche quest’anno (2017) da ognuno dei 9 Municipi della città di Milano verrà designata una rappresentanza di studenti di scuola secondaria di II grado, che avrà l’onore di scortare il Gonfalone della Città di Milano, Medaglia d’Oro della Resistenza, alla Cerimonia internazionale per l’anniversario della Liberazione del lager di Mauthausen a maggio.
Gli studenti e gli insegnanti viaggeranno a spese del Comune di Milano, che organizza questa iniziativa insieme ad Aned e Anpi.
Con il viaggio gli studenti si assumono il compito di restituire alla scuola e al territorio la consapevolezza culturale, storica e politica della loro esperienza.

Il viaggio in pullman inizierà venerdì 5 maggio, prevede 3 pernottamenti e comprende anche una commemorazione presso il lager di Bolzano, la visita al castello di Hartheim e a quanto resta del sottocampo di Gusen. La Cerimonia internazionale, che vede la partecipazione di 51 Nazioni, avrà luogo a Mauthausen domenica 7 maggio, all’insegna del motto, deciso dal Comitato Internazionale, “L’internazionalità unisce”. Il ritorno a Milano è previsto per il tardo pomeriggio di lunedì 8 maggio.
I Dirigenti e gli insegnanti interessati possono avanzare la propria candidatura al Presidente del Municipio di pertinenza della scuola.
Ogni Municipio dovrà comunicare i nomi di quattro ragazzi e di un docente che parteciperanno all'iniziativa entro il 31 marzo 2017.

- Lettera ai Presidenti dei Municipi [clicca qui]
- Programma del viaggio [clicca qui]

18 mar 2017

simonetta salacone, una vita per una scuola di tutti nel ricordo di militant A

Simonetta Salacone, maestra e dirigente scolastica, scomparsa il 27 gennaio 2017, è stata ricordata il 17 marzo scorso a Roma nell’istituto che lei volle intitolato al bambino pakistano simbolo della lotta contro lo sfruttamento minorile, Iqbal Masih. 
Militant A (Assalti Frontali) ricorda Simonetta Salacone, ex preside dell'Iqbal Masih, una vita spesa nell'insegnamento e nella lotta per una scuola democratica e per tutti.
Simonetta Salacone se n’è andata in una notte di fine gennaio. A chi ha avuto la fortuna di parlare con lei nelle ultime ore ha detto: “Non è giusto, avevo ancora tante cose da fare”. E certo intendeva dirci: “Coraggio, ci sono ancora tante cose da fare”. Poi è stato tutto veloce, il ricovero, il coma, l’addio. Ma prima di lasciarci del tutto, si è svegliata un momento, e ha detto: “Finalmente ho fatto una bellissima dormita”. La sua vita è stata intensa. Instancabile. Ha lottato, ha amato senza mai arrendersi, ha scosso le coscienze di molti, moltissimi che accanto a lei sono diventati uomini e donne diversi. Simonetta è stata un gigante. Ha fatto la storia della scuola pubblica a Roma e in Italia e dovremo ricordarla per bene. In tanti modi.
Molti l’hanno seguita, ammirata e conosciuta come la dirigente della scuola Iqbal Masih di Roma, la “pasionaria” che dal Casilino, dalla periferia, ha lottato contro la riforma Gelmini guidando la rivolta delle scuole elementari in difesa del tempo pieno, occupando la scuola per difenderla dai tagli, coinvolgendo cuochi, bidelli, maestre, bambini, genitori, e realizzando un laboratorio di democrazia, inclusione e discussione che ha contagiato tutta l’Italia. In quegli anni andò sui giornali anche perché rifiutò di far fare il minuto di silenzio ai suoi bambini quando sei militari italiani furono uccisi in Afghanistan e lo dichiarò all’ANSA: “Lasciamo i bambini fuori da questa retorica… se proprio va osservato un minuto di silenzio – disse - dev'essere dedicato a tutte le vittime che muoiono sul posto di lavoro… una vera missione di pace va fatta con dottori e insegnanti, non con i militari”, e ricevette un procedimento disciplinare dal ministero (da cui venne assolta). Simonetta portò poi la scuola fuori dal proprio perimetro, a occuparsi di bambini senza casa, di bambini rom che venivano sgomberati dalla polizia e dall’esercito e sbattuti in strada, bambini rom suoi alunni che fece sentire protagonisti, al centro dell’attenzione, amati, protetti, Nicu, Ionut, Florina, Elèna, li abbracciava, non li lasciò mai soli fino a che non trovarono una sistemazione nell’occupazione di Metropoliz, scontrandosi col sindaco e col governo e facendo sentire i poveri e gli esclusi figli dell’Iqbal Masih.
Simonetta era una compagna… “una compagna vera”. La sua storia personale ha forti legami con i partiti di sinistra, ovvio, era una donna delle istituzioni. Ma questo, in fondo, è stato un dettaglio. Simonetta era una rivoluzionaria. Non è un caso che, al dunque, nelle elezioni dove ha offerto il proprio nome, al comune di Roma, al parlamento europeo, al parlamento italiano, i partiti per i quali si presentava, l’hanno sempre lasciata sola, non le hanno mai permesso di ricoprire ruoli importanti. Non si fidavano di lei. Troppo libera. Troppo “vera”. Simonetta avrebbe potuto essere ministro. Perché era saggia. Sapeva le cose. Tutti copiavano da lei idee e programmi quando si trattava di prendere voti. Ma poi veniva sempre scavalcata da personaggi infimi.
“Una scuola può tutto” diceva… e nella scuola di Simonetta tutto era possibile. Per lei chi decideva di fare l’insegnante doveva farlo come una vocazione, non si poteva fare come un mestiere normale, senza una visione della società, senza capire cosa c’è dietro le cose… e in un mondo dove stanno tutti con l’orologio a guardare l’ora, lei lavorava senza orario, teneva la scuola aperta la mattina, il pomeriggio, la notte, in un clima di assemblea permanente con le colleghe, i genitori, i bambini. Per lavorare bene ci voleva l’atmosfera giusta e ogni mese, ogni settimana, organizzava feste, cene, raccolte fondi per bambini pakistani, film, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, manifestazioni, tutti eventi collettivi a cui partecipava dall’inizio alla fine, che si facevano in “buca”, nell’aula magna della scuola e che plasmavano la comunità. “Tu che sai fare?” chiedeva a chi entrava all’Iqbal Masih, “Internet? vieni a fare internet! Tu? Chitarra? Fai chitarra. Tu parli inglese? Tu arabo? Tu rap?”. Lei valorizzava le competenze, dava spazio a tutti ed esaltava il meglio di ognuno. Appena passata la vetrata di scuola la trovavi lì, prima porta sulla destra, piena di circolari e fogli da leggere, da scrivere, da firmare, ma a lei quei fogli, in fondo, non importava. Il mondo di Simonetta rompeva le regole, chiamava tutti per nome e si ricordava i nomi di ognuno, dava del tu, creava vicinanza, confidenza, risolveva i problemi parlando, e se il tempo era bello faceva i consigli di circolo e le riunioni di scuola in cortile, “prendiamo le sedie che la facciamo in giardino, si sta benissimo”, chiamava tutti a partecipare, e cento persone intervenivano perché c’era Simonetta Salacone e lei era la dirigente che elevava il senso di ogni incontro. Un giorno le ho chiesto: “Simonetta ma perché tu sei così?”. “Così come?” si scherniva. “Così speciale”. “Ma guarda… io non sto facendo niente di speciale, io applico la costituzione, le scuole sono punti di riferimento per il quartiere, se non sono aperte come fanno a esserlo? Mi sorprendo del contrario, che altri dirigenti non partecipino… Noi non abbiamo più nessuno che crea spazi di dibattito, non ci sono partiti, sindacati, giornali, non abbiamo luoghi dove poterci esprimere senza sentirci degli esseri strani… la speranza è che con le nostre lotte riusciamo a trasmettere il senso della scuola, della scuola elementare, che è quella che più assomiglia alla scuola della repubblica”.
Simonetta adattava il suo mondo al presente in modo rapido e impressionante ma portava dentro di sé la storia degli anni ’60 e ’70. A cui restò fedele. Iniziò a insegnare nel ’67 a Sette Ville e a San Basilio. E proprio nel ’67 fu pubblicato “Lettera a una professoressa” di Don Milani che morì in quell’anno. Per Simonetta “Lettera a una professoressa” era un testo sacro, “quando diceva che avere un vocabolario ricco vuol dire appropriarsi della propria vita e che la scuola italiana era una scuola per padroni e invece doveva essere di tutti”. Lei raccontava che a quei tempi c’era il maestro unico, che si sentiva sola e soffriva moltissimo per questo, durante gli anni ’70 maturò la convinzione che la scuola dell’obbligo deve essere la scuola di tutti, competente, includente e che non devi stare da sola a farla e che deve essere attrattiva e se un bambino va male a scuola è colpa della scuola. Da piccola era cresciuta in un istituto religioso molto rigido dove le volevano bene ma le lezioni erano noiose, leggeva romanzi sotto banco e “… c’era un giardino bellissimo dove non ci portavano mai, da piccole perché eravamo piccole, da grandi perché dovevamo studiare, ci andavo solo durante le meditazioni dove non dovevi proferire parola, e io pensavo quando sarò grande e farò la maestra, i bambini si dovranno divertire, li farò giocare... e quando sono diventata insegnante non ho mai saltato il gioco organizzato, i giochi linguistici, i giochi sensoriali, i giochi enigmistici, i giochi in giardino, perché l’apprendimento sotto forma ludica è fondamentale per legare i bambini tra di loro…”.
Nel ’79 diventa dirigente del 126° circolo che poi si chiamerà “Iqbal Masih”. Una delle prime scuole a tempo pieno a Roma. Un tempo pieno sperimentale, dove “potevo parlare con gli altri, riflettere, dove non ero sola ed era il massimo… eravamo un bel gruppo di sinistra, era di sinistra l’idea di integrazione dei linguaggi, la laicità, le esperienze dei laboratori, l’apertura al sociale”. Nella sua scuola si iscrissero i primi bambini sordi che uscivano finalmente dagli istituti riservati a non udenti. E lei andò personalmente a battersi all’ufficio scolastico per farsi dare le maestre di sostegno necessarie a far crescere i bambini sordi insieme ai loro coetanei. Simonetta ha passato la sua vita così, e chi l’ha conosciuta da vicino sa che aveva qualcosa di magico e che averla a fianco faceva volare. Ha fatto di tutto per rimandare l’uscita di scuola, alla fine il ministero l’ha costretta, ma di certo non si è “goduta la pensione”. Ha continuato a lottare per la scuola pubblica, laica e solidale. E quando veniva nella biblioteca di scuola “Alessandra Tarducci” per la presentazione di un libro, ascoltarla era sempre dolce, rendeva subito tutto chiaro, e non mi stancavo mai di sentire la sua voce...: “Collaborando superiamo gli autismi, superiamo gli handicap, io devo lottare contro le cose che non capisco, non contro il mio vicino, io devo stare con chi ha difficoltà”.
Ciao Simonetta. Abbiamo avuto il privilegio di camminare al tuo fianco.

Militant A
pubblicato sabato 28 Gennaio 2017 da dinamopress.it

07 mar 2017

l’infanzia militarizzata tra i banchi (di girolamo de michele)

Scaffale. «Educati alla guerra» di Gianluca Gabrielli, per ombre corte. Il programma fascista per vigilare sul «destino della razza»

In un libro di letture per le classi terze dei centri rurali dall’emblematico titolo L’aratro e la spada del 1940 si trova questa poesia: «Dieci mesi: quattro denti / fermi nitidi lucenti; / quattro punte da cacciare / già nel pan che mamma affetta; / quattro spade da mostrare / al nemico che ti aspetta».
In pochi versi si addensa un’intera filosofia di vita «completamente immersa nella lotta per l’esistenza contro i nemici che sono sempre in agguato minacciosi»: così, in Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento (ombre corte, pp. 128, euro 13) commenta Gianluca Gabrielli, già autore di importanti studi sull’educazione scolastica fascista. Il tema dei denti come arma è, del resto, rilevante: dalle letture reazionarie del darwinismo che vedevano nella dentizione il segno di quell’animalità irrazionale che mostra il retaggio della bestia si passa alle dottrine fasciste (si pensi a Gehlen), che vedono nelle istituzioni il solo freno possibile all’ingovernabilità degli istinti.

GABRIELLI HA IL MERITO di mostrare come il programma fascista di «vigilare il destino della razza, curare la razza a cominciare dalla maternità e dall’infanzia» (Mussolini) si sia concretizzato in peculiari dispositivi disciplinari che iscrivono razzismo e nazionalismo entro un bio-potere che prendeva in gestione l’intera popolazione sin dalla prima infanzia, assicurando non solo la disciplina, ma soprattutto la regolazione della vita. Ma anche, che il fascismo si è servito di immagini, discorsi, propagande che prendono le mosse con la guerra di Libia e la Grande Guerra: in questo modo, attraverso la designazione dell’altro come nemico connotato in senso razziale, si è assicurata, per dirla con Foucault, «la funzione della morte nell’economia del bio-potere in base al principio che la morte degli altri equivale al rafforzamento di sé stessi in quanto razza o popolazione». Aver richiamato l’attenzione sull’ordine del discorso razzistico della Grande Guerra rimosso – meglio: forcluso – dall’identità italiana è uno dei molti meriti di questo volume.
DALLE COPERTINE di quaderni e diari alle esercitazioni paramilitari nelle scuole, dalla quotidianizzazione di oggetti come le maschere antigas e le bombe a mano, di giochi di guerra e di decaloghi differenziati per genere – il balilla deve sapere che «la Patria si serve anche facendo la guardia a un bidone di benzina», laddove la piccola italiana impara che «la patria si serve anche spazzando la propria casa» – si concretizzano la «democratizzazione» (Hobsbawn) e la «banalizzazione» (Mosse) della guerra: la guerra e la morte sono presenze costanti, dunque «banali», nella tempo dell’infanzia.
Ancor più che l’intuibile militarizzazione del gioco e delle attività sportive, è nei piccoli oggetti quotidiani che si mostra la pervasività del disciplinamento. Esemplare è il caso dei ricostituenti per l’infanzia (il celebre Ovomaltina), che in principio costituiscono «una specie di risposta riflessa della borghesia verso i propri figli», messi in pericolo dal contatto con le classi sociali più povere; in seguito le loro réclame machiste in stile futurista mostrano che l’infanzia è divenuta oggetto di interesse per lo Stato, e che il disciplinamento investe anche l’estetica del corpo: un sussidiario per la quinta classe sottolinea, infatti, che «la bella forma del nostro corpo è data dunque dai muscoli e un atleta si distingue dalla forte muscolatura. Il corpo del poltrone è invece floscio, molle, brutto a vedersi», e conclude, rivolgendosi al balilla: «Tu come diventerai?».
Questo pregevole studio ci mostra, insomma, che il fascismo non è solo un regime storicamente determinato con un inizio e una fine: è un ordine del discorso che non cessa con la caduta del Regime. E dunque, la lotta contro il fascismo è lotta contro il suo ordine del discorso: questo significa valorizzare quelle lotte svalutate come «lotte per i diritti» che invece individuano nel rovesciamento dell’ordine simbolico maschile, eterosessuale, bianco, occidentale il loro punto di attacco.
D’ALTRO CANTO, non va dimenticato che lo stesso socialismo ottocentesco (ma anche staliniano) non è stato immune da derive razzistiche: lo è stato solo quando ha posto il principio della trasformazione delle condizioni economiche come principio di trasformazione dello Stato (si veda l’ultima lezione del corso di Foucault Bisogna difendere la società).
Se al livello dei processi economici si sostituisce il discorso populistico, alla lotta di classe il «popolo che s’è rotto i coglioni» e la politica del vaffa, il razzismo riemerge. E libri come questo diventano ancora più urgenti e attuali.

Girolamo De Michele, ilmanifesto, 7 marzo 2017

13 feb 2017

saper scrivere è così importante? (di claudio giunta)

Tra i colpevoli della notevole inabilità alla scrittura di buona parte degli studenti italiani ci sono anch’io.
Ho appena messo 18 al compito scritto di uno studente della laurea magistrale in Lettere (quinto anno di università) che meritava invece di essere bocciato perché, a parte conoscere maluccio il programma, ha grosse difficoltà nello scrivere: mette male la punteggiatura, usa i verbi sbagliati, confonde le preposizioni (scrive per esempio che «la squadra ha l’intenzione a partecipare», anziché “di partecipare”) non sa fare un riassunto, nel senso che invece di riassumere l’intero brano assegnato sintetizzandone il contenuto lo riassume frase per frase: «L’autore di questo brano dice che... Poi dice che... Poi dice che...», e così via. Lo studente che io adesso promuovo potrebbe prima o poi diventare un insegnante, e con un insegnante simile i suoi futuri studenti certamente non impareranno a scrivere (ci si potrebbe domandare: può questo aspirante insegnante imparare a scrivere nei prossimi anni, tra il suo quinto anno di università e la sua eventuale, speriamo scongiurabile, entrata in servizio? No, non può, non s’impara a scrivere a ventitré anni). E allora perché l’ho promosso? Dato che si discute, in questi giorni, della cattiva scrittura degli studenti, mi pare che la risposta a questa domanda possa interessare tutti. Ma non c’è una sola risposta, ce ne sono molte, o meglio c’è una risposta che si complica, si sfrangia in tante risposte più piccole, una causa che si può scomporre in concause.
Diciamo intanto che lo studente a cui ho dato 18 ha ripetuto l’esame quattro volte. La quarta è andata meglio delle tre precedenti, nel senso che lo studente non ha smesso di impegnarsi: ha letto, ha studiato. Ma, quanto alla scrittura, non può fare più di così: avrebbe dovuto imparare a scrivere decentemente molti anni fa, ma non ha imparato, e adesso è tardi. Alla quarta volta l’ho promosso perché, come mi ha ripetuto fino alla nausea, il mio è «il suo ultimo esame», la tesi è già pronta da tempo, ed è una tesi che non riguarda la mia materia: lo studente si laureerà in storia contemporanea. Bocciarlo ancora (e poi ancora, e ancora) avrebbe voluto dire impedirgli di laurearsi, fargli buttare via gli studi di cinque anni, rovinargli l’esistenza. Tra l’altro, lo studente non è affatto sciocco, e ha un libretto più che dignitoso. Non sa scrivere in un italiano decente, ma ha una media del 27-28, alcuni 30. Esami orali, voti in parte anche meritati. Di fatto, il mio è uno dei non molti esami scritti che ci siano a Lettere; i pochi altri sono test a crocette, o sono esami scritti in cui il docente (legittimamente?) bada più al contenuto che alla forma. Ma insomma, alla quarta volta – lo studente è civile, è anche, ripeto, intelligente – non me la sono sentita di bocciarlo ancora, e gli ho regalato un voto.

il miur invita la scuola a raccogliere l'eredità di tullio de mauro

A un mese dalla scomparsa, avvenuta il 5 gennaio 2017, di Tullio De Mauro, professore emerito di Linguistica generale ed ex Ministro dell’Istruzione, il MIUR ha invitato con la circolare n. 1 del 3/2/2017 le scuole italiane a raccogliere la sua eredità, traducendola in attività didattiche e di formazione con le stesse finalità che hanno contraddistinto il suo pensiero: innalzare le competenza linguistiche di tutti per un effettivo esercizio dei diritti di cittadinanza.
I docenti sono invitati, partendo dalle idee di De Mauro,  ad affrontare e discutere i temi di come l’insegnamento dovrebbe cambiare e di cosa la scuola dovrebbe fare per meglio adempiere ai suoi compiti di inclusione sociale, di riduzione delle disuguaglianze, di innalzamento dei livelli culturali del paese.

MIUR C.M. 1 del 03/02/2017: [clicca qui]

Di seguito l’intervista rilasciata il 28 marzo 2016 a La Voce di New York a cura di Filomena Fuduli Sorrentino

 

L’analfabetismo italiano e la Repubblica fondata sull’ignoranza

L'intervista con il linguista Tullio De Mauro sui nuovi dati dell’analfabetismo in Italia 

Secondo gli studi dell'autorevole linguista De Mauro, meno di un terzo della popolazione italiana avrebbe i livelli di comprensione della scrittura e del calcolo necessari per orientarsi nella vita di una società moderna. Il peso sullo sviluppo economico e sociale resta enorme

Tullio De Mauro è il più autorevole linguista italiano. De Mauro ha insegnato linguistica  in diverse università italiane e ha diretto il Dipartimento di Scienze del Linguaggio nella Facoltà di Filosofia, e successivamente il Dipartimento di Studi Filologici, nella Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università la Sapienza di Roma. Già ministro della pubblica istruzione (aprile 2000-giugno 2001, governo Amato), ha presieduto la Società di Linguistica Italiana (1969-73) e la Società di Filosofia del Linguaggio (1995-97). Nel novembre 2006 ha contribuito alla fondazione dell’associazione Senso Comune per un progetto di dizionario informatico, di cui è tuttora presidente. È socio ordinario dell’Accademia della Crusca, e dal novembre 2007 dirige la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci. De Mauro presiede il comitato direttivo del Premio Strega. Ha scritto moltissimi libri, tra i quali il recente Storia linguistica dell’Italia repubblicana (Laterza, Bari 2014).
Professor De Mauro, nel 2010 aveva condotto uno studio sull’analfabetismo in Italia.  Ci fa il punto sui  dati raccolti allora, sulle novità e come si dividono? 
“Da molti anni, perlomeno dalla Storia linguistica dell’Italia unita del 1963, ho cercato di raccogliere dati sull’analfabetismo strumentale (totale incapacità di decifrare uno scritto) e funzionale (incapacità di passare dalla decifrazione e faticosa lettura alla comprensione di un testo anche semplice) e ho cercato di richiamare l’attenzione dei miei illustri colleghi sul peso che l’analfabetismo ha sulle vicende linguistiche e, ovviamente, sociali in Italia. Avevamo dati sull’analfabetismo strumentale, ma per l’analfabetismo funzionale avevamo solo sondaggi parziali e ipotesi, a elaborare le quali abbiamo lavorato a lungo in diversi, ricordo qui almeno e soprattutto il professor Saverio Avveduto a lungo presidente dell’UNLA (Unione Nazionale per la Lotta all’Analfabetismo). Dai tardi  anni novanta dello scorso secolo per merito di Statistics Canada (il centro statistico nazionale canadese) sono state promosse accurate indagini comparative e osservative su estesi campioni statistici delle popolazioni per determinare  diversi gradi di analfabetismo nei diversi paesi del mondo. Già nel 2005 ho potuto utilizzare questi dati. Nel 2014 è giunta a compimento la terza indagine comparativa internazionale gestita dall’OCSE (l’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico).  L’indagine è chiamata PIAAC, Programme for International Assessment of Adult Competencies), e per quasi trenta paesi del mondo, tra cui l’Italia,  ha definito cinque livelli di alfabetizzazione in  literacy e numeracy delle popolazioni  in età di lavoro (16-65 anni), dal livello minimo di analfabetismo strumentale totale, a un secondo livello quasi minimo e comunque insufficiente alla comprensione e scrittura di un breve testo, ai successivi tre gradi di crescente capacità di comprensione e scrittura di testi, calcoli, grafici.   Dati analitici sul nostro e altri paesi possono trovarsi in un mio libro più recente, Storia linguistica dell’Italia repubblicana (Laterza, Bari 2014). Qui il nostro focus è l’Italia. Come in Spagna il 70% della popolazione in età di lavoro si colloca sotto i due primi livelli. Soltanto un po’ meno di un terzo della popolazione ha quei livelli di comprensione della scrittura e del calcolo dal terzo livello in su che vengono ritenuti necessari per orientarsi nella vita di una società moderna. Ma il fenomeno ha gravi dimensioni in tutti i paesi studiati anche se nessuno raggiunge i livelli negativi di Italia e Spagna. Più della metà della popolazione è in condizioni che potremmo dire “italo-spagnole” negli USA e (a decrescere), in Francia, Gran Bretagna, Germania ecc. Perfino in paesi virtuosi, per eccellenza dei sistemi scolastici e diffusione della lettura, si trovano percentuali di analfabeti prossime al 40%: così in Giappone, Corea, Finlandia, Paesi Bassi.
Il problema dunque, pur a diversi livelli di gravità, non è solo italiano. Anche dopo avere acquisito buoni, talora eccellenti livelli di literacy e numeracy in età scolastica, in età adulta le intere popolazioni sono esposte al rischio della regressione verso livelli assai bassi di alfabetizzazione a causa di stili di vita che allontanano dalla pratica e dall’interesse per la lettura o la comprensione di cifre, tabelle, percentuali. Ci si chiude nel proprio particolare, si sopravvive più che vivere e le eventuali buone capacità giovanili progressivamente si atrofizzano e, se siamo in queste condizioni, rischiamo di diventare, come diceva Leonardo da Vinci, transiti di cibo più che di conoscenze, idee, sentimenti di partecipazione solidale”.
L’analfabetismo fa credere che la realtà sia diversa da quella vissuta. Quali sono i problemi che il nostro paese affronta a causa dell’inconsapevolezza dei cittadini?
“I problemi sono molti. Mi limiterò qui a ricordare solo quel che illustri economisti come Luigi Spaventa o Tito Boeri hanno spiegato: il grave analfabetismo strumentale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese e, a loro avviso, è responsabile del grave ristagno economico che affligge l’Italia dai primi anni novanta”.
Qual è la percentuale degli italiani che ha una comprensione dei discorsi politici o che capisca come funzioni la politica italiana?
“È certamente inferiore al 30%”.
Secondo Socrate “c’è un solo bene: il sapere. E un solo male: l’ignoranza”. Oggi si combatte l’analfabetismo altrui oppure si usa come arma di sfruttamento per arrivare al potere?
“Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni”.
Qual è la percentuale degli italiani che ha comprensione dei vocaboli ambigui e di locuzioni straniere usati dai politici e dalla TV?
“All’interno del 30% di meglio alfabetizzati solo una percentuale modesta ha una buona conoscenza di lingue straniere e di linguaggi tecnico-scientifici. In attesa di indagini mirate e specifiche, che stiamo avviando, si può ipotizzare che solo il 10% della popolazione in età di lavoro capisce bene tecnicismi e forestierismi”.
Secondo Lei il governo italiano fa abbastanza per il mantenimento e l’insegnamento della lingua italiana all’estero?
“Ci sono da qualche tempo molte buone intenzioni, ma scarseggiano iniziative di sostegno paragonabili a quelle delle istituzioni pubbliche che promuovono lo studio delle lingue di altri paesi. British Council, Cervantes, Centre Culturel Français, Confucio, Japan Foundation, Goethe, … . La Dante Alighieri ha nome analogo ad alcune grandi ed efficienti istituzioni straniere, ma, anche se con un  po’ di finanziamenti pubblici, è lontana per struttura e natura dal poter assolvere ai compiti della complessiva promozione della lingua e cultura dell’Italia fuori di Italia. Di più potrebbero fare i nostri Istituti di cultura se fossero più numerosi nel mondo e ben sostenuti da finanziamenti statali.  Resta da sperare (e a mio avviso non è poco) nel faidatè dei milioni di italiani e oriundi italiani sparsi nel mondo”.
Filomena Fuduli Sorrentino, pubblicato il 28 marzo 2016 da La Voce di New York